di A. Mo.
Tratto da «L’Espresso», 17 novembre 2006, p. 20
Per riuscire nel miracolo di moltiplicare i pesci, la Regione siciliana sta intanto moltiplicando i consorzi per il ripopolamento ittico. Fino all’anno scorso ne esistevano solamente tre: i primi due nati nel lontano 1976, il terzo nel 1997. Finché, nel 2005, al governo presieduto da Totò Cuffaro (Udc) non è venuto improvvisamente un colpo di genio: consentire l’adesione ai consorzi non solo ai comuni costieri, ma anche a quelli dell’entroterra. Risultato: in pochi mesi ne sono stati costituiti altri sette. I nuovi consorzi sono scatole vuote, senza neppure uffici propri. Al momento hanno a disposizione giusto una scrivania e un telefono e vengono ospitati alla meglio presso l’assessorato regionale alla Pesca. In compenso, sono stati nominati, con tanto di indenità, i relativi commissari straordinari. Anzi, sono stati nominati due volte: una prima volta a marzo, una seconda a settembre, quando in gran parte sono stati sostituiti. Tra le eccezioni, tra coloro che hanno resistito sulla poltrona, spicca quella di Silvio Marcello Cuffaro, guarda caso fratello del governatore Totò, riconfermato alla guida del consorzio di ripopolamento ittico Agrigento 1. I pesci, come l’intendenza, seguiranno.
Scena II – La Fuga (Il Sangue)
I suoi tentacoli smettono finalmente di agitarsi: è morto. L’hai ucciso. Sei libero. I suoi occhi bianchi e vitrei ti fissano. Ricambi lo sguardo. Ti accorgi di avere il fiatone. Non è stato facile. Hai dovuto resistere ai suoi attacchi psichici, oltre che a quelli magici. Hai dovuto fare il più in fretta possibile. E il più silenziosamente possibile. O sarebbe accorso qualcuno. Un altro illithid, magari. E due sono decisamente troppi per te. Come per chiunque, del resto.
Ora riposati. Rilassati. Adesso viene la parte più difficile. Dovrai fuggire. Dalla città. Dal Sottosuolo. Dovrai rifugiarti. Da qualche parte. In Superficie. E i drow non sono ben visti dalle razze di superficie. Ma anche lassù alberga il male. Basta cercarlo. Non tarderai a renderti utile, le tue abilità sono variegate. Sei un drow, dopotutto. Con un addestramento da esploratore. Le conoscenze di un torturatore. Sei stato uno schiavo tuttofare. Sei uno stregone. Hai dei poteri psichici. E tutto grazie alla prigionia presso gli illithid. E ai loro esperimenti su di te. Sono stati loro stessi a fornirti i mezzi per liberarti. Che strano paradosso, pensi con un mezzo sorriso amaro. Non hai avuto una bella vita. Ma sai che non potrà esserci niente di peggio. Una volta temevi le pene della dea Lolth. Adesso riuscirebbero solo a strapparti qualche risata.
Hai ancora il tuo pugnale insanguinato in mano. Un kukri, l’hai rubato agli illithid. La sua forma particolare fa gocciolare il sangue del mind flayer in due punti diversi, formando due polle di sangue. Rimani come incantato a guardare il sangue che da una si riversa lentamente nell’altra. Sono belle, ti ritrovi a pensare.
Hai deciso cosa farai in superficie. Adesso sei pronto.
Scena I – L’Assalto (La Paura)
5 cm di legno: ecco l’unica cosa di cui puoi fidarti adesso. Hai ucciso tua sorella per questi 5 cm. E la dea Lolth non permette ad un maschio di uccidere una femmina. Speri di sopravvivere all’assalto. Ma sai anche quello che ti aspetta se sopravviverai.
Urla. Colpi. Pianti. Risate. Interrompono i tuoi pensieri. Sai che gli illithid odiano i drow. E sai che difficilmente fanno prigionieri. Ma sai anche cosa fanno ai pochi schiavi che catturano. Tutti conoscono la storia dei nani duergar. E pochi vogliono viverla. Nessuno vuole viverla.
Ti guardi le mani, ancora sporche del sangue di drow. Ti guardi intorno. Lo spazio è poco, non puoi muoverti. Inizi a stancarti della tua posizione, ma sai che non è saggio uscire con i mind flayer in giro. Non ti resta che aspettare. E sperare che tu possa sopravvivere. Che tutto finisca il più presto possibile. Che non subirai la punizione delle Sacerdotesse per il tuo crimine.
Passi. Lenti. Che si avvicinano. Smettono per un istante. Senti qualcosa, è nella tua testa. Dentro la tua testa. Ma non capisci cosa sia. Passi. Più veloci. Si avvicinano. Una scarica. La botola che salta via. E tu non puoi muoverti. Forse è la stanchezza. Forse è la paura. Forse è qualcos’altro. Tutto ciò che vedi è un viso vagamente umanoide. Dove dovrebbe esserci la bocca ci sono di tentacoli, però. Che fremono. Forse è un ghigno, ti ritrovi a pensare.
Poi, più niente. È il buio.
Ovvero la Briscola in sei con le regole del cinque
Ci sono quelli che entrano a scuola e tali e quali escono, come se non fosse passato neanche un istante dal giorno in cui hanno varcato per la prima volta la soglia del liceo. Ma, per mia fortuna, non credo di potermi considerare uno di loro.
In questi cinque anni di liceo qui al Boggio Lera, infatti, posso dire che, chi più chi meno, la maggior parte dei miei professori (e di professori, adesso che sono alla fine del quinto anno, posso dire di averne conosciuti parecchi) mi ha trasmesso qualcosa, nel bene e nel male, influendo più o meno profondamente nella mia vita.
C’è stato il professore che mi ha insegnato cosa volesse dire lavorare duramente per poi vedere premiato il frutto del proprio lavoro; c’è stato il professore che mi ha fatto capire l’importanza di un approccio multidisciplinare allo studio; il professore che mi ha trattato da adulto, dandomi la possibilità di gestirmi da solo le mie ore di studio; il professore che mi ha mostrato come, analizzando ogni singolo minuscolo mattoncino elementare che compone una questione, anche le cose che più diamo per scontate non siano affatto così scontate (chi l’avrebbe mai detto, ad esempio, che i verbi, proprio come gli elementi chimici, hanno una loro valenza?); c’è stata la professoressa che mi ha ricordato cosa volesse dire stare con la testa fra le nuvole, dimostrandomi che si può essere così anche se si hanno i piedi per terra; c’è stata la professoressa che mi ha fatto odiare la materia che l’anno precedente e per tutti e tre gli anni seguenti ho amato alla follia (una materia secondo la quale quando camminiamo è il mondo stesso che ci spinge); c’è stata la professoressa che (continua…)